IL PROBLEMA RICORRENTE IN SOCIOLOGIA E' QUELLO DI CONSIDERARE LE ORGANIZZAZIONI COLLETTIVE E DI STUDIARLE IN MODO DA NON ANTROPOMORFIZZARLE O RIDURLE AL COMPORTAMENTO DEGLI INDIVIDUI O DEGLI AGGREGATI UMANI. (Guy E. Swanson, 1976)
giovedì 7 giugno 2012
Relazioni sindacali ferme agli anni '90 nella Pubblica Amministrazione.
Dal lontano 1993 avevamo preso un impegno sulla contrattazione di
secondo livello, che ponesse le basi di un’Amministrazione Pubblica
distinguibile in ogni suo Ufficio, con la possibilità di far risultare in piena
trasparenza rapporti di causa-effetto tra produttività e premi.
Negli anni successivi si è approdati ad una legge, il D. Lgs. 165/2001,
che possiamo esibire in ogni paese moderno con orgoglio, ma la necessaria
esecuzione è rimasta ferma nell’oblio dei “veti incrociati”, a favore di
automatismi di carriera o di assegnazione di incarichi dirigenziali provvisori e
senza concorso, rimasti provvisori per lustri e ancora tali.
Ci svegliamo all’improvviso dal dolce sogno di una “velleità”, coccolata
dagli inizi degli anni ’90, da una generazione che va in pensione in questi anni,
a giochi fatti. Ci ritroviamo catapultati in una idea di riforma della
contrattazione collettiva nel pubblico impiego, che così come annunziata ci
riporterebbe agli anni ‘60.
Leggendo l’ultimo documento programmatico redatto dal Ministro,
possiamo dedurre che il presupposto concettuale di base è la dichiarazione del
fallimento di una riforma del pubblico impiego, del resto arenatasi già in
partenza. Si deduce che la responsabilità dello stato di fatto e delle prossime
conseguenze legislative fa capo ai sindacati, ai quali verosimilmente è dedicata
tutta la premessa del documento.
Un sillogismo in perfetto “burocratese”, che pone in contraddittorio due
concetti/istituti di regole, in verità disposte in una intelligente sinergia
dall’attuale impianto giuridico: l’attuale contrattazione collettiva che emargina
il potere politico, prevedendo un’Agenzia indipendente, leggi ARAN; dall’altra,
la conservazione della potestà pubblica per gli interventi che riguardano la
realizzazione del pubblico interesse.
Il sillogismo conclude affermando che la contrattazione collettiva, basata
sulle norme del codice civile, può interferire con la realizzazione del pubblico
interesse. Quindi la necessità di ritornare a norme di diritto pubblico che
vadano a cerchiare la libertà contrattuale delle parti. Possiamo dire quello che
vogliamo su questa conclusione, eccetto che possa essere la soluzione per uno
Stato moderno.
D’accordo, l’ARAN non funziona, ma sarebbe sufficiente intervenire solo
sulla funzionalità dell’Ente Pubblico.
Al contrario, il “mercato” è introdotto nell’ambito della razionalizzazione
delle pubbliche funzioni con il principio del “make or buy”: se lo sai fare e il tuo
fare è economico, bene; altrimenti, il servizio lo compro dal privato. A questo
punto chiunque penserebbe ad una legge per garantire la corretta esecuzione
delle relative procedure. Una legge è prevista, ma che consenta l’esecuzione
della razionalizzazione delle funzioni senza ricorso allo strumento della legge
(sic!).
Ci troviamo di fronte un quadro concettuale che ingessa con la legge le
dinamiche del lavoro, la cui tempistica di intervento/svolgimento spesso è
inferiore all’anno, tempo di una qualsiasi gestione aziendale ordinaria, e la cui
flessibilità andrebbe gestita a livello di contrattazione di secondo livello
(aziendale); mentre progetta la gestione amministrativa di cambiamenti di
funzioni (e/o strutture?) pubbliche svincolata da leggi ad hoc, quindi da un
adeguato dibattito parlamentare.
Il sindacato si ritrova ad inseguire e questa volta sembra proprio con
maggior affanno, perché il ministro è agguerrito e la scarsa competitività della
maggior parte degli uffici pubblici è una condizione difficile da confutare.
Il cambiamento si preannunzia drammatico e scriteriato se non si decide
di azzerare le posizioni di stallo e di provvisorietà perpetuate in questi ultimi 10
anni: assegnazione di funzioni dirigenziali senza concorsi; la “vicedirigenza”
inattuata, come qualsiasi alternativa di carriera; la valutazione del merito
fronteggiata con forte resistenza passiva; procedure concorsuali sbilanciate
sugli automatismi di anzianità, ecc..
Soprattutto, la riforma della contrattazione, già promessa nel lontano
1993, ma subito scomparsa da ogni ordine del giorno.
Possiamo restare fermi, possiamo pensare ancora il lavoro pubblico come
una unica classe di lavoratori?
Non possiamo più. Forse qualcuno spera ancora di resistere qualche
anno, il tempo di andare in pensione?
Ora dobbiamo rispondere a tante domande, incominciando da quella se
vogliamo essere protagonisti del cambiamento oppure attendere che il lavoro
pubblico venga immolato sull’altare della dea visibilità nel superficiale tentativo
di ridare dignità all’intero paese, ancorché più consistenza a qualche altro tipo
di spesa pubblica.
Dulcis in fundo è l’aspetto generazionale: oltre il danno la beffa per chi
deve lavorare almeno 20 anni prima di andare in pensione.
Sono tutti con un livello medio di istruzione superiore a quello del
passato, ma in attesa dei Fondi pensione che dovevano mitigare la riforma
“Dini” e che probabilmente non arriveranno mai; di un progetto di carriera
regolare e coerente alla professionalità raggiunta e al titolo di studio
posseduto, piuttosto che strappi una tantum; di una pensione dignitosa,
perchè se andranno in pensione con l’attuale sistema di calcolo saranno i
poveri del futuro.
Il futuro ha bisogno di un sindacato forte in azienda, che sia controparte
coerente e caparbia, che si interessi del lavoro in azienda e non della “retorica
del lavoro”.
Nella pubblica Amministrazione, un sindacato che accetti la sfida sui
sistemi di valutazione del lavoro, di misurazione della produttività, azienda per
azienda, territorio per territorio, in una contrattazione di secondo livello.
Resta l’unica strada percorribile per lasciare la controparte senza alibi.
Bari, 06/06/2008
Sante Giannoccaro Segretario Provinciale UILPA Agenzia delle Entrate di Bari.
sabato 18 febbraio 2012
Masaniello è tra noi con l'obiettivo di distruggere la forma della democrazia rappresentativa.
LE PRIMARIE PER LE ELEZIONI DEL SEGRETARIO REGIONALE DEL PD LAZIO, UNA VERA PROVA DI DILETTANTISMO POLITICO.
Stiamo passando da un sistema politico di tipo aristocratico, nel quale una volta entrati non si esce più, a un sistema politico di tipo anarchico: si va affermando sempre più una vera e propria tendenza a stabilire le regole del gioco durante il gioco. Le primarie per l'elezione del Segretario del PD del Lazio ne sono la prova più provata.
Capisco le primarie per scegliere il candidato premier o il governatore di una regione o il sindaco di una grande città, ma il segretario regionale di un partito deve essere il risultato delle dinamiche di potere e organizzative del partito stesso, che è il luogo e l'insieme dei gruppi (anime, correnti, ecc.) che svolgono correntemente l'attività politica. Si possono migliorare le dinamiche e le forme istituzionali, affinché si realizzi la massima trasparenza e partecipazione all'interno delle strutture di partito, ma non si può azzerare tutta l'attività politica, che in quella sede si svolge per tutto l'anno, portando in piazza una decisione organizzativa: la principale scelta organizzativa.
Un vero esempio di dilettantismo, che trova l'unica ragione in un latente ma profondo conflitto interno al PD tra anime politiche diverse, ma soprattutto nella maggiore forza che sanno esprimere le minoranze organizzate all'interno di Strutture di governo che funzionano in modo verticistico, accentrando la decisione in un'unica persona.
Stiamo distruggendo la democrazia rappresentativa a favore di forme effimere di democrazia diretta. E la causa di questo sfascio è tutta nella resistenza di coloro che occupano il potere da decenni e in un'immaturità politica e sociale delle nuove generazioni.
Salvare la democrazia rappresentativa, in questo paese senza un'etica politica, significa imporre limiti temporali alle carriere politiche e non mettere in mano a una piazza ingenua e incompetente le decisioni sul futuro del paese.
La democrazia rappresentativa è l'unica palestra per formare dirigenti politici e sindacali competenti e di valore. Soprattutto, attraverso le diverse fasi organizzative e di voto, è l'unico sistema per scegliere in maniera ponderata.
Insomma la differenza tra la democrazia diretta e la democrazia rappresentativa, per adoperare una metafora matematica, è la stessa che passa tra la media semplice e quella ponderata.
Con la media semplice puoi contare solo le galline nel tuo pollaio domestico.
Ridefinire e ristrutturare il governo di questo paese, oltre le strutture e le relazioni della democrazia istituzionale, sarà impresa dura.
Ma quanta ignoranza gestionale c'è tra quelli che sbandierano una qualsiasi forma di "purezza" politica e quanta ingenuità tra le nuove generazioni.
Stiamo passando da un sistema politico di tipo aristocratico, nel quale una volta entrati non si esce più, a un sistema politico di tipo anarchico: si va affermando sempre più una vera e propria tendenza a stabilire le regole del gioco durante il gioco. Le primarie per l'elezione del Segretario del PD del Lazio ne sono la prova più provata.
Capisco le primarie per scegliere il candidato premier o il governatore di una regione o il sindaco di una grande città, ma il segretario regionale di un partito deve essere il risultato delle dinamiche di potere e organizzative del partito stesso, che è il luogo e l'insieme dei gruppi (anime, correnti, ecc.) che svolgono correntemente l'attività politica. Si possono migliorare le dinamiche e le forme istituzionali, affinché si realizzi la massima trasparenza e partecipazione all'interno delle strutture di partito, ma non si può azzerare tutta l'attività politica, che in quella sede si svolge per tutto l'anno, portando in piazza una decisione organizzativa: la principale scelta organizzativa.
Un vero esempio di dilettantismo, che trova l'unica ragione in un latente ma profondo conflitto interno al PD tra anime politiche diverse, ma soprattutto nella maggiore forza che sanno esprimere le minoranze organizzate all'interno di Strutture di governo che funzionano in modo verticistico, accentrando la decisione in un'unica persona.
Stiamo distruggendo la democrazia rappresentativa a favore di forme effimere di democrazia diretta. E la causa di questo sfascio è tutta nella resistenza di coloro che occupano il potere da decenni e in un'immaturità politica e sociale delle nuove generazioni.
Salvare la democrazia rappresentativa, in questo paese senza un'etica politica, significa imporre limiti temporali alle carriere politiche e non mettere in mano a una piazza ingenua e incompetente le decisioni sul futuro del paese.
La democrazia rappresentativa è l'unica palestra per formare dirigenti politici e sindacali competenti e di valore. Soprattutto, attraverso le diverse fasi organizzative e di voto, è l'unico sistema per scegliere in maniera ponderata.
Insomma la differenza tra la democrazia diretta e la democrazia rappresentativa, per adoperare una metafora matematica, è la stessa che passa tra la media semplice e quella ponderata.
Con la media semplice puoi contare solo le galline nel tuo pollaio domestico.
Ridefinire e ristrutturare il governo di questo paese, oltre le strutture e le relazioni della democrazia istituzionale, sarà impresa dura.
Ma quanta ignoranza gestionale c'è tra quelli che sbandierano una qualsiasi forma di "purezza" politica e quanta ingenuità tra le nuove generazioni.
sabato 11 febbraio 2012
GUARDARE ALL'ISTINTO PER NON SBAGLIARE.
LA STORIA DELLA GATTA INNAMORATA.
C’era una volta una gatta che vide un bel giovanotto e s’innamorò di lui. Andò da Afrodite, la dea dell’amore, e la supplicò di trasformarla in una donna, per poter incontrare il giovanotto e farne il suo innamorato. Afrodite, dispiaciuta per la gattina e intenerita dalla richiesta, la trasformò in una bellissima ragazza. Quando la vide, il giovanotto s’innamorò di lei e la volle sposare. La prima notte, quando gli sposini si trovarono soli nella camera da letto, Afrodite, incapace di resistere alla curiosità di vedere se gli istinti della gatta si erano trasformati insieme al suo aspetto, liberò un topino nella stanza. La ragazza, scordandosi all’istante di chi era e dove si trovava, saltò giù dal letto con un balzo e diede la caccia al topo per mangiarlo.
C’era una volta una gatta che vide un bel giovanotto e s’innamorò di lui. Andò da Afrodite, la dea dell’amore, e la supplicò di trasformarla in una donna, per poter incontrare il giovanotto e farne il suo innamorato. Afrodite, dispiaciuta per la gattina e intenerita dalla richiesta, la trasformò in una bellissima ragazza. Quando la vide, il giovanotto s’innamorò di lei e la volle sposare. La prima notte, quando gli sposini si trovarono soli nella camera da letto, Afrodite, incapace di resistere alla curiosità di vedere se gli istinti della gatta si erano trasformati insieme al suo aspetto, liberò un topino nella stanza. La ragazza, scordandosi all’istante di chi era e dove si trovava, saltò giù dal letto con un balzo e diede la caccia al topo per mangiarlo.
CERCAVO IL SINDACATO E LEGGETE UN PO' COSA MI E' ACCADUTO.
Da qualche anno, ho deciso di cercare il Sindacato. Mi sono chiesto chi è, dove vive. Ho parlato ed ascoltato molti saggi e presunti tali, ho letto tanto. Ero sul punto di desistere, quando all’improvviso, sulla lunga via, mi è apparso un cartello con su scritto: “Sindacato, da questa parte”.
Pieno di gioia, ho seguito la direzione indicata dal cartello e, arrivato in cima a una collina, ho trovato una piccola capanna con un altro cartello: “qui abita il Sindacato”. Ho bussato alla porta, emozionatissimo. Dopo alcuni minuti di attesa spasmodica, la porta s’è aperta scricchiolando. E’ emersa dal buio una creatura vecchia e spaventosa, con la gobba, le mani rattrappite e la faccia piena di rughe. Con voce acuta e rotta la creatura mi ha chiesto: “che c’è, caro?”
- “Mi scusi, ho sbagliato posto. Vede … cercavo il Sindacato”;
- “Be’, mi hai trovato. Entra”, rispose il vecchio con un sorriso.
Con riluttanza ho seguito il vecchio all’interno della capanna e seduto su un tappetino accanto al fuoco, per molti giorni, ho conversato con lui, discusso e scambiato idee.
Ho incominciato a comprendere tutte le intricate complicazioni del Sindacato.
Ho imparato sempre di più del Sindacato.
Quindi, un giorno ho deciso di ritornare forte e deciso in quest’ufficio, per poter guardare al futuro.
Salutando il “Vecchio”, gli ho chiesto: “ma da dove incomincio, cosa dico alla gente?”
Mi ha risposto: “be’ caro … dì che sono giovane e bello e poi cerca di rappresentarmi al meglio”.
E così che ho deciso di rappresentare un sindacato che guarda al futuro, che è giovane e forte: indipendente e competente nei rapporti con i dirigenti e con la politica.
Pieno di gioia, ho seguito la direzione indicata dal cartello e, arrivato in cima a una collina, ho trovato una piccola capanna con un altro cartello: “qui abita il Sindacato”. Ho bussato alla porta, emozionatissimo. Dopo alcuni minuti di attesa spasmodica, la porta s’è aperta scricchiolando. E’ emersa dal buio una creatura vecchia e spaventosa, con la gobba, le mani rattrappite e la faccia piena di rughe. Con voce acuta e rotta la creatura mi ha chiesto: “che c’è, caro?”
- “Mi scusi, ho sbagliato posto. Vede … cercavo il Sindacato”;
- “Be’, mi hai trovato. Entra”, rispose il vecchio con un sorriso.
Con riluttanza ho seguito il vecchio all’interno della capanna e seduto su un tappetino accanto al fuoco, per molti giorni, ho conversato con lui, discusso e scambiato idee.
Ho incominciato a comprendere tutte le intricate complicazioni del Sindacato.
Ho imparato sempre di più del Sindacato.
Quindi, un giorno ho deciso di ritornare forte e deciso in quest’ufficio, per poter guardare al futuro.
Salutando il “Vecchio”, gli ho chiesto: “ma da dove incomincio, cosa dico alla gente?”
Mi ha risposto: “be’ caro … dì che sono giovane e bello e poi cerca di rappresentarmi al meglio”.
E così che ho deciso di rappresentare un sindacato che guarda al futuro, che è giovane e forte: indipendente e competente nei rapporti con i dirigenti e con la politica.
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