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venerdì 10 giugno 2011

IL LAVORO DIPENDENTE E' UN BICCHIERE SEMPRE PIU' MEZZO VUOTO

Due parole sul lavoro dipendente: un nobile decaduto, come tutto il paese.
Siamo abituati a distinguere il lavoro in lavoro dipendente e lavoro autonomo. Questo mi ricorda 2 mesi di lezioni universitarie sulla locatio operarum e locatio operis, che in parole moderne significa la concessione in godimento del fare (del lavoro) oppure dell'opera, del servizio finito (operis). Non vogliamo accettare formule ibride e intermedie e quando parliamo di lavoro dipendente pensiamo immediatamente al posto fisso, che significa a tempo indeterminato e nella stessa mansione per tutta la vita. Una cultura diffusasi per decenni a partire dalla rivoluzione industriale e delle grandi fabbriche che producevano beni di massa. Una cultura sulla quale nessuna politica di governo interviene. Nessuna politica sociale interviene con la formazione e l'educazione al cambiamento; con centri di riqualificazione e scuole professionali sul territorio. La politica e l'alta amministrazione dello Stato e degli Enti locali sono indifferenti e spesso addirittura impreparati. Preferiscono soluzioni di breve periodo, elemosinare integrazioni salariali che finiscono per tenere in vita aziende improduttive e fuori mercato, finendo per alimentare spese a tempo indeterminato, spese pubbliche che aumentano le tasse e inibiscono qualsiasi investimento in formazione e educazione degli adulti fuori mercato. Una formazione che per i giovani resta manichea ed economicamente decontestualizzata dallo sviluppo e dal territorio, una semplice etichetta che nasconde bottiglie spesso vuote.

L'ECONOMIA DELLA SCELTA, UNA FORMULA CONTRO IL DEBITO PUBBLICO.

Il paese cresce lentamente perché non si sceglie. Non si sceglie a cosa rinunciare, non si sceglie su cosa investire. Mi ricorda qualche tempo fa, quando discutevamo dell'ampliamento del porto di Monopoli, una cittadina quasi a metà strada tra Bari e Brindisi. La mia idea era quella di "caratterizzare" l'attività del porto di Monopoli puntando sul diporto da turismo e sulla pesca, che poteva anche contaminarsi e produrre servizi nell'ambito turistico. Un'idea che non piacque a nessuno. Tutti desideravano sviluppare la pesca, il diporto, il commercio, e perfino pensavano di sviluppare uno scalo per traghetti da e per l'Albania. Ragazzi, ma tra Bari e Brindisi che speranze abbiamo per le attività commerciali e quelle di trasporto di passeggeri? Niente, il piccolo specchio di Monopoli è insufficiente solo per il commercio, è insufficiente solo per la pesca, così solo per il diporto turistico, ma nonostante ciò bisognava realizzare tutto. Dunque, le attività del porto finiscono per lavorare verosimilmente sotto costo, per fronteggiare la concorrenza di Bari e Brindisi. Eppure, si poteva scegliere per il potenziamento della cantieristica artigianale, già eccellente a Monopoli, per un porto tutto turistico e per la pesca. Potevamo caratterizzare l'economia del nostro porto e della nostra cittadina. Non avevamo le persone giuste al posto giusto. Questa breve storia non per raccontare la forza delle idee ma quella delle persone giuste al posto giusto. L'economia dei nostri giorni, quella dei paesi occidentali poggia sempre più sulle risorse umane. Oggi il lavoro dell'uomo giusto al posto giusto è l'unico investimento praticabile, è l'unico taglio giusto di spese. Oggi gli Stati e le aziende che vincono sul mercato sono quelle che hanno scelto gli uomini giusti. E solo una normale mobilità sociale e sul lavoro può sostenere le scelte a favore degli uomini giusti al posto giusto.