Strutture & Relazioni
IL PROBLEMA RICORRENTE IN SOCIOLOGIA E' QUELLO DI CONSIDERARE LE ORGANIZZAZIONI COLLETTIVE E DI STUDIARLE IN MODO DA NON ANTROPOMORFIZZARLE O RIDURLE AL COMPORTAMENTO DEGLI INDIVIDUI O DEGLI AGGREGATI UMANI. (Guy E. Swanson, 1976)
domenica 16 agosto 2020
A cosa serve il capitale al futuro del nostro paese senza lavoro?
Da Images - le metafore dell'organizzazione - di Gareth Morgan. CAPOLAVORO.
La mia zia acquisita ha un ottimo carattere ma ha gusti sorpassati.
Suo padre non ha mai lavorato e nemmeno il padre di suo padre; ovviamente nemmeno ha mai guadagnato un centesimo in tutta la sua vita. Il capitale di cui dispongono ha lavorato per loro e loro si sono limitati a gestire il capitale.
Il lavoro è per i lavoratori. Mia zia pensa che i governi di oggi abbiano insani pregiudizi nei confronti dei capitalisti e ritiene che i lavoratori siano tutti sporchi e pigri e che la maggior parte di dirigenti siano incompetenti.
Non ci si deve meravigliare se è cosi mal ridotta e se lei, pertanto, diventa ogni giorno più povera.
Tony è un mio compagno di lavoro. Suo padre era un postino. Tony ha cominciato come disegnatore in un grande studio di ingegneria.
Tony è cresciuto credendo che la possibilità di ereditare del capitale fosse socialmente ingiusta.
Tony non aveva mai incontrato qualcuno che non avesse mai lavorato per vivere.
Tony e mia zia si sono incontrati una volta per caso a casa mia per pranzo.
All’inizio tutto andò bene. Poi mia zia cominciò a chiedergli che cosa faceva. Venne fuori che Tony si era appena iscritto al sindacato.
La zia non aveva mai incontrato qualcuno che fosse iscritto al sindacato.
“oh Dio, e come ha potuto fare una cosa simile?” disse la zia.
“E’ una cosa molto sensata “ rispose Tony, “in quanto serve per salvaguardare i nostri diritti”.
“Quali diritti? Che stupidaggine è questa? Se la gente come lei passasse più tempo al lavoro e pensasse di meno ai propri interessi, il nostro paese non andrebbe così male”.
“Ma lei” disse Tony, “non passa tutto il suo tempo a preoccuparsi dei suoi diritti?”
“ovviamente” risposte la zia, “ma io ho dei diritti. Sono io che metto a disposizione il denaro che permette alla gente come lei di vivere”.
“E io metto il lavoro che tiene in vita il suo denaro anche se non sono ancora riuscito a capire perché dovrei lavorare per mantenere il capitale di individui ricchi che non ho mai incontrato”.
“Lei parla come un comunista, anche se si veste in maniera decente. Ma si rende conto di quello che dice?”
“Non c’è bisogno di essere comunisti per dubitare della legittimità di una ricchezza ereditata”.
La zia si rivolse verso di me.
“Capisci perché mi preoccupo del futuro del nostro paese?” disse.
domenica 17 novembre 2013
Il successo è nella cultura aziendale.
Il tema di fondo del prossimo congresso nazionale della UIL Agenzie
Fiscali rappresenta una riflessione inevitabile in concomitanza con l’avvio
della nuova organizzazione dell’Agenzia delle Entrate.
Un tema che, sulla home page del sito UIL delle Agenzie fiscali, ha come
cappello una frase suggestiva, che riporto con sincero piacere: “l’obiettivo di
un grande sindacato riformista è quella di far funzionare l’Italia”.
Allora, possiamo incardinare un discorso che parta dalla premessa-condizione
di far funzionare bene il paese per battere l’evasione e garantire finalmente
l’equità. Perché, in un paese civile e moderno, se l’organizzazione funziona
bene è possibile l'equità sociale.
Per questo, mi viene spontaneo riportare un messaggio di un grande teorico
dell’organizzazione e dei sistemi economici, che potrebbe essere la missione
di ogni gestione delle risorse umane nei contesti sociali moderni: “lo sviluppo
dipende non tanto dal trovare le combinazioni ottimali delle risorse e dei
fattori produttivi, quanto nel suscitare e nell’utilizzare per lo sviluppo
progetti, risorse, capacità nascosti, dispersi o malamente utilizzati”. Così
scriveva Albert O. Hirschman nel 1958 in “The Strategy of Economic
Development”.
Possiamo pensare che le riforme a costo zero non sono utopia, ma
semplicemente un modello di intervento in grado di individuare quello che
già esiste nei contesti sociali, sotto forma di risorse disperse e mal utilizzate, e
riconvertirlo in nuove finalità ed obiettivi.
Cambierà qualcosa nella quotidianità lavorativa degli uffici?
Ritornando a Hirschman, già dagli anni ’60 sorgevano teorie che spostavano
l’attenzione dall’organizzazione considerata come struttura, ovvero centri
inamovibili e imprescindibili di potere, all’organizzazione di relazioni, ai
processi di lavoro, che tagliavano di traverso le gerarchie funzionali,
costituendo le cosiddette organizzazioni a matrice.
Insomma, il concetto perno “struttura organizzativa”, nell’organizzazione moderna,
è sostituito da “relazione organizzativa”.
I centri di comando funzionale cedono la centralità organizzativa ai coordinamenti di progetto e alle competenze trasversali.
Il “saper fare” diventa la forma della legittimazione aziendale e manageriale.
Bari, 2 febbraio 2010
Sante Giannoccaro - Segretario Regionale Puglia UILPA Agenzia delle Entrate
giovedì 7 giugno 2012
Relazioni sindacali ferme agli anni '90 nella Pubblica Amministrazione.
Dal lontano 1993 avevamo preso un impegno sulla contrattazione di
secondo livello, che ponesse le basi di un’Amministrazione Pubblica
distinguibile in ogni suo Ufficio, con la possibilità di far risultare in piena
trasparenza rapporti di causa-effetto tra produttività e premi.
Negli anni successivi si è approdati ad una legge, il D. Lgs. 165/2001,
che possiamo esibire in ogni paese moderno con orgoglio, ma la necessaria
esecuzione è rimasta ferma nell’oblio dei “veti incrociati”, a favore di
automatismi di carriera o di assegnazione di incarichi dirigenziali provvisori e
senza concorso, rimasti provvisori per lustri e ancora tali.
Ci svegliamo all’improvviso dal dolce sogno di una “velleità”, coccolata
dagli inizi degli anni ’90, da una generazione che va in pensione in questi anni,
a giochi fatti. Ci ritroviamo catapultati in una idea di riforma della
contrattazione collettiva nel pubblico impiego, che così come annunziata ci
riporterebbe agli anni ‘60.
Leggendo l’ultimo documento programmatico redatto dal Ministro,
possiamo dedurre che il presupposto concettuale di base è la dichiarazione del
fallimento di una riforma del pubblico impiego, del resto arenatasi già in
partenza. Si deduce che la responsabilità dello stato di fatto e delle prossime
conseguenze legislative fa capo ai sindacati, ai quali verosimilmente è dedicata
tutta la premessa del documento.
Un sillogismo in perfetto “burocratese”, che pone in contraddittorio due
concetti/istituti di regole, in verità disposte in una intelligente sinergia
dall’attuale impianto giuridico: l’attuale contrattazione collettiva che emargina
il potere politico, prevedendo un’Agenzia indipendente, leggi ARAN; dall’altra,
la conservazione della potestà pubblica per gli interventi che riguardano la
realizzazione del pubblico interesse.
Il sillogismo conclude affermando che la contrattazione collettiva, basata
sulle norme del codice civile, può interferire con la realizzazione del pubblico
interesse. Quindi la necessità di ritornare a norme di diritto pubblico che
vadano a cerchiare la libertà contrattuale delle parti. Possiamo dire quello che
vogliamo su questa conclusione, eccetto che possa essere la soluzione per uno
Stato moderno.
D’accordo, l’ARAN non funziona, ma sarebbe sufficiente intervenire solo
sulla funzionalità dell’Ente Pubblico.
Al contrario, il “mercato” è introdotto nell’ambito della razionalizzazione
delle pubbliche funzioni con il principio del “make or buy”: se lo sai fare e il tuo
fare è economico, bene; altrimenti, il servizio lo compro dal privato. A questo
punto chiunque penserebbe ad una legge per garantire la corretta esecuzione
delle relative procedure. Una legge è prevista, ma che consenta l’esecuzione
della razionalizzazione delle funzioni senza ricorso allo strumento della legge
(sic!).
Ci troviamo di fronte un quadro concettuale che ingessa con la legge le
dinamiche del lavoro, la cui tempistica di intervento/svolgimento spesso è
inferiore all’anno, tempo di una qualsiasi gestione aziendale ordinaria, e la cui
flessibilità andrebbe gestita a livello di contrattazione di secondo livello
(aziendale); mentre progetta la gestione amministrativa di cambiamenti di
funzioni (e/o strutture?) pubbliche svincolata da leggi ad hoc, quindi da un
adeguato dibattito parlamentare.
Il sindacato si ritrova ad inseguire e questa volta sembra proprio con
maggior affanno, perché il ministro è agguerrito e la scarsa competitività della
maggior parte degli uffici pubblici è una condizione difficile da confutare.
Il cambiamento si preannunzia drammatico e scriteriato se non si decide
di azzerare le posizioni di stallo e di provvisorietà perpetuate in questi ultimi 10
anni: assegnazione di funzioni dirigenziali senza concorsi; la “vicedirigenza”
inattuata, come qualsiasi alternativa di carriera; la valutazione del merito
fronteggiata con forte resistenza passiva; procedure concorsuali sbilanciate
sugli automatismi di anzianità, ecc..
Soprattutto, la riforma della contrattazione, già promessa nel lontano
1993, ma subito scomparsa da ogni ordine del giorno.
Possiamo restare fermi, possiamo pensare ancora il lavoro pubblico come
una unica classe di lavoratori?
Non possiamo più. Forse qualcuno spera ancora di resistere qualche
anno, il tempo di andare in pensione?
Ora dobbiamo rispondere a tante domande, incominciando da quella se
vogliamo essere protagonisti del cambiamento oppure attendere che il lavoro
pubblico venga immolato sull’altare della dea visibilità nel superficiale tentativo
di ridare dignità all’intero paese, ancorché più consistenza a qualche altro tipo
di spesa pubblica.
Dulcis in fundo è l’aspetto generazionale: oltre il danno la beffa per chi
deve lavorare almeno 20 anni prima di andare in pensione.
Sono tutti con un livello medio di istruzione superiore a quello del
passato, ma in attesa dei Fondi pensione che dovevano mitigare la riforma
“Dini” e che probabilmente non arriveranno mai; di un progetto di carriera
regolare e coerente alla professionalità raggiunta e al titolo di studio
posseduto, piuttosto che strappi una tantum; di una pensione dignitosa,
perchè se andranno in pensione con l’attuale sistema di calcolo saranno i
poveri del futuro.
Il futuro ha bisogno di un sindacato forte in azienda, che sia controparte
coerente e caparbia, che si interessi del lavoro in azienda e non della “retorica
del lavoro”.
Nella pubblica Amministrazione, un sindacato che accetti la sfida sui
sistemi di valutazione del lavoro, di misurazione della produttività, azienda per
azienda, territorio per territorio, in una contrattazione di secondo livello.
Resta l’unica strada percorribile per lasciare la controparte senza alibi.
Bari, 06/06/2008
Sante Giannoccaro Segretario Provinciale UILPA Agenzia delle Entrate di Bari.
sabato 18 febbraio 2012
Masaniello è tra noi con l'obiettivo di distruggere la forma della democrazia rappresentativa.
LE PRIMARIE PER LE ELEZIONI DEL SEGRETARIO REGIONALE DEL PD LAZIO, UNA VERA PROVA DI DILETTANTISMO POLITICO.
Stiamo passando da un sistema politico di tipo aristocratico, nel quale una volta entrati non si esce più, a un sistema politico di tipo anarchico: si va affermando sempre più una vera e propria tendenza a stabilire le regole del gioco durante il gioco. Le primarie per l'elezione del Segretario del PD del Lazio ne sono la prova più provata.
Capisco le primarie per scegliere il candidato premier o il governatore di una regione o il sindaco di una grande città, ma il segretario regionale di un partito deve essere il risultato delle dinamiche di potere e organizzative del partito stesso, che è il luogo e l'insieme dei gruppi (anime, correnti, ecc.) che svolgono correntemente l'attività politica. Si possono migliorare le dinamiche e le forme istituzionali, affinché si realizzi la massima trasparenza e partecipazione all'interno delle strutture di partito, ma non si può azzerare tutta l'attività politica, che in quella sede si svolge per tutto l'anno, portando in piazza una decisione organizzativa: la principale scelta organizzativa.
Un vero esempio di dilettantismo, che trova l'unica ragione in un latente ma profondo conflitto interno al PD tra anime politiche diverse, ma soprattutto nella maggiore forza che sanno esprimere le minoranze organizzate all'interno di Strutture di governo che funzionano in modo verticistico, accentrando la decisione in un'unica persona.
Stiamo distruggendo la democrazia rappresentativa a favore di forme effimere di democrazia diretta. E la causa di questo sfascio è tutta nella resistenza di coloro che occupano il potere da decenni e in un'immaturità politica e sociale delle nuove generazioni.
Salvare la democrazia rappresentativa, in questo paese senza un'etica politica, significa imporre limiti temporali alle carriere politiche e non mettere in mano a una piazza ingenua e incompetente le decisioni sul futuro del paese.
La democrazia rappresentativa è l'unica palestra per formare dirigenti politici e sindacali competenti e di valore. Soprattutto, attraverso le diverse fasi organizzative e di voto, è l'unico sistema per scegliere in maniera ponderata.
Insomma la differenza tra la democrazia diretta e la democrazia rappresentativa, per adoperare una metafora matematica, è la stessa che passa tra la media semplice e quella ponderata.
Con la media semplice puoi contare solo le galline nel tuo pollaio domestico.
Ridefinire e ristrutturare il governo di questo paese, oltre le strutture e le relazioni della democrazia istituzionale, sarà impresa dura.
Ma quanta ignoranza gestionale c'è tra quelli che sbandierano una qualsiasi forma di "purezza" politica e quanta ingenuità tra le nuove generazioni.
Stiamo passando da un sistema politico di tipo aristocratico, nel quale una volta entrati non si esce più, a un sistema politico di tipo anarchico: si va affermando sempre più una vera e propria tendenza a stabilire le regole del gioco durante il gioco. Le primarie per l'elezione del Segretario del PD del Lazio ne sono la prova più provata.
Capisco le primarie per scegliere il candidato premier o il governatore di una regione o il sindaco di una grande città, ma il segretario regionale di un partito deve essere il risultato delle dinamiche di potere e organizzative del partito stesso, che è il luogo e l'insieme dei gruppi (anime, correnti, ecc.) che svolgono correntemente l'attività politica. Si possono migliorare le dinamiche e le forme istituzionali, affinché si realizzi la massima trasparenza e partecipazione all'interno delle strutture di partito, ma non si può azzerare tutta l'attività politica, che in quella sede si svolge per tutto l'anno, portando in piazza una decisione organizzativa: la principale scelta organizzativa.
Un vero esempio di dilettantismo, che trova l'unica ragione in un latente ma profondo conflitto interno al PD tra anime politiche diverse, ma soprattutto nella maggiore forza che sanno esprimere le minoranze organizzate all'interno di Strutture di governo che funzionano in modo verticistico, accentrando la decisione in un'unica persona.
Stiamo distruggendo la democrazia rappresentativa a favore di forme effimere di democrazia diretta. E la causa di questo sfascio è tutta nella resistenza di coloro che occupano il potere da decenni e in un'immaturità politica e sociale delle nuove generazioni.
Salvare la democrazia rappresentativa, in questo paese senza un'etica politica, significa imporre limiti temporali alle carriere politiche e non mettere in mano a una piazza ingenua e incompetente le decisioni sul futuro del paese.
La democrazia rappresentativa è l'unica palestra per formare dirigenti politici e sindacali competenti e di valore. Soprattutto, attraverso le diverse fasi organizzative e di voto, è l'unico sistema per scegliere in maniera ponderata.
Insomma la differenza tra la democrazia diretta e la democrazia rappresentativa, per adoperare una metafora matematica, è la stessa che passa tra la media semplice e quella ponderata.
Con la media semplice puoi contare solo le galline nel tuo pollaio domestico.
Ridefinire e ristrutturare il governo di questo paese, oltre le strutture e le relazioni della democrazia istituzionale, sarà impresa dura.
Ma quanta ignoranza gestionale c'è tra quelli che sbandierano una qualsiasi forma di "purezza" politica e quanta ingenuità tra le nuove generazioni.
sabato 11 febbraio 2012
GUARDARE ALL'ISTINTO PER NON SBAGLIARE.
LA STORIA DELLA GATTA INNAMORATA.
C’era una volta una gatta che vide un bel giovanotto e s’innamorò di lui. Andò da Afrodite, la dea dell’amore, e la supplicò di trasformarla in una donna, per poter incontrare il giovanotto e farne il suo innamorato. Afrodite, dispiaciuta per la gattina e intenerita dalla richiesta, la trasformò in una bellissima ragazza. Quando la vide, il giovanotto s’innamorò di lei e la volle sposare. La prima notte, quando gli sposini si trovarono soli nella camera da letto, Afrodite, incapace di resistere alla curiosità di vedere se gli istinti della gatta si erano trasformati insieme al suo aspetto, liberò un topino nella stanza. La ragazza, scordandosi all’istante di chi era e dove si trovava, saltò giù dal letto con un balzo e diede la caccia al topo per mangiarlo.
C’era una volta una gatta che vide un bel giovanotto e s’innamorò di lui. Andò da Afrodite, la dea dell’amore, e la supplicò di trasformarla in una donna, per poter incontrare il giovanotto e farne il suo innamorato. Afrodite, dispiaciuta per la gattina e intenerita dalla richiesta, la trasformò in una bellissima ragazza. Quando la vide, il giovanotto s’innamorò di lei e la volle sposare. La prima notte, quando gli sposini si trovarono soli nella camera da letto, Afrodite, incapace di resistere alla curiosità di vedere se gli istinti della gatta si erano trasformati insieme al suo aspetto, liberò un topino nella stanza. La ragazza, scordandosi all’istante di chi era e dove si trovava, saltò giù dal letto con un balzo e diede la caccia al topo per mangiarlo.
CERCAVO IL SINDACATO E LEGGETE UN PO' COSA MI E' ACCADUTO.
Da qualche anno, ho deciso di cercare il Sindacato. Mi sono chiesto chi è, dove vive. Ho parlato ed ascoltato molti saggi e presunti tali, ho letto tanto. Ero sul punto di desistere, quando all’improvviso, sulla lunga via, mi è apparso un cartello con su scritto: “Sindacato, da questa parte”.
Pieno di gioia, ho seguito la direzione indicata dal cartello e, arrivato in cima a una collina, ho trovato una piccola capanna con un altro cartello: “qui abita il Sindacato”. Ho bussato alla porta, emozionatissimo. Dopo alcuni minuti di attesa spasmodica, la porta s’è aperta scricchiolando. E’ emersa dal buio una creatura vecchia e spaventosa, con la gobba, le mani rattrappite e la faccia piena di rughe. Con voce acuta e rotta la creatura mi ha chiesto: “che c’è, caro?”
- “Mi scusi, ho sbagliato posto. Vede … cercavo il Sindacato”;
- “Be’, mi hai trovato. Entra”, rispose il vecchio con un sorriso.
Con riluttanza ho seguito il vecchio all’interno della capanna e seduto su un tappetino accanto al fuoco, per molti giorni, ho conversato con lui, discusso e scambiato idee.
Ho incominciato a comprendere tutte le intricate complicazioni del Sindacato.
Ho imparato sempre di più del Sindacato.
Quindi, un giorno ho deciso di ritornare forte e deciso in quest’ufficio, per poter guardare al futuro.
Salutando il “Vecchio”, gli ho chiesto: “ma da dove incomincio, cosa dico alla gente?”
Mi ha risposto: “be’ caro … dì che sono giovane e bello e poi cerca di rappresentarmi al meglio”.
E così che ho deciso di rappresentare un sindacato che guarda al futuro, che è giovane e forte: indipendente e competente nei rapporti con i dirigenti e con la politica.
Pieno di gioia, ho seguito la direzione indicata dal cartello e, arrivato in cima a una collina, ho trovato una piccola capanna con un altro cartello: “qui abita il Sindacato”. Ho bussato alla porta, emozionatissimo. Dopo alcuni minuti di attesa spasmodica, la porta s’è aperta scricchiolando. E’ emersa dal buio una creatura vecchia e spaventosa, con la gobba, le mani rattrappite e la faccia piena di rughe. Con voce acuta e rotta la creatura mi ha chiesto: “che c’è, caro?”
- “Mi scusi, ho sbagliato posto. Vede … cercavo il Sindacato”;
- “Be’, mi hai trovato. Entra”, rispose il vecchio con un sorriso.
Con riluttanza ho seguito il vecchio all’interno della capanna e seduto su un tappetino accanto al fuoco, per molti giorni, ho conversato con lui, discusso e scambiato idee.
Ho incominciato a comprendere tutte le intricate complicazioni del Sindacato.
Ho imparato sempre di più del Sindacato.
Quindi, un giorno ho deciso di ritornare forte e deciso in quest’ufficio, per poter guardare al futuro.
Salutando il “Vecchio”, gli ho chiesto: “ma da dove incomincio, cosa dico alla gente?”
Mi ha risposto: “be’ caro … dì che sono giovane e bello e poi cerca di rappresentarmi al meglio”.
E così che ho deciso di rappresentare un sindacato che guarda al futuro, che è giovane e forte: indipendente e competente nei rapporti con i dirigenti e con la politica.
venerdì 2 dicembre 2011
IMPARA L'INGLESE ALTRIMENTI SEI FUORI MERCATO.
La contrattazione del futuro dovrà parlare l’inglese, altrimenti è fuori mercato.
Il governo ha salvato l’azienda di volo nazionale, anzi le due aziende italiane di volo, al sindacato tocca accettare un piano di gestione degli esuberi, che si trascinano già dal 1999.
Siamo riusciti, come qualcuno ha più volte ripetuto, ad evitare che la nostra compagnia di bandiera fosse divorata da quella dei nostri cugini d’oltralpe, nostri concorrenti nel turismo. Abbiamo evitato che il turismo fosse “dirottato” in Francia, producendo così danni economici a cascata.
Resta una riflessione. Se il costo di questa operazione di salvataggio è pari, al momento, a circa 100 euro per ogni italiano, perché non ne abbiamo spesi 200 o 300 e compravamo noi la compagnia francese? Avremmo potuto tagliare il turismo verso la Francia e dirottarlo tutto verso il nostro bel paese, magari verso gli esercenti commerciali che fanno pagare un gelato venti euro o tre panini trenta euro (sic).
L’unico elemento concreto ed oggettivo che possiamo cogliere è che l’operazione di salvataggio, della nostra compagnia di bandiera e dell’altra compagnia italiana, si sta svolgendo tutta in lingua italiana. E se gli imprenditori d’oltralpe o d’oltremare vogliono partecipare, potranno solo in quota minoritaria, tanto da non poter mai esprimersi nella loro lingua nazionale.
Per un momento, pensiamo di acquistare un gelato in una città sconosciuta, dove chiediamo informazioni circa un buon gelataio. Ci dicono che in città ci sono due gelatai. Una famosa gelateria straniera, marchio internazionale da 100 anni, ma con il personale che parla solo l’inglese. Un’altra, aperta ieri l’altro, da un noto finanziere di città, con personale che parla la lingua nazionale.
Dove comprereste il gelato?
Non è una domanda facile e non è solo il caso della Compagnia di bandiera che ci da la misura di come siamo in affanno quando dobbiamo parlare le lingue straniere. Anche il presidente del CONI, dopo le deludenti prestazioni delle squadre nazionali alle Olimpiadi, ha concluso che bisogna limitare gli ingressi ai giocatori stranieri nei campionati nazionali.
Ma perché non invitare gli italiani ad andare a giocare all’estero?
Ritorniamo alla gelateria nazionale appena aperta. Come può far fronte alla concorrenza di un gelataio di tradizione senza una specifica esperienza nel settore. Avrà difficoltà ad offrire una maggiore qualità del prodotto e quindi dovrebbe giocare tutto sul miglior prezzo. E per far concorrenza sul prezzo, appena entrata nel mercato, rischierà di lavorare, come si dice, “sottocosto”: con prezzi che non coprono i costi sostenuti. Sicuramente dovrebbe cercare la massima produttività ma avrebbe serie difficoltà a raggiungerla senza una significativa esperienza nello specifico settore: incontrerà più difficoltà ad ottimizzare i fattori produttivi e in special modo a motivare le risorse umane.
Per fare un buon gelato non basta comprare la migliore gelatiera, ovvero non è solo questione di investimenti. L’esperienza è l’asse portante dell’eccellenza.
Una strada più semplice da percorrere, nel breve periodo, è quella di stressare i fattori produttivi e, come la storia industriale ci insegna, quello che più si può stressare sono le risorse umane.
Così, non conoscendo bene la lingua inglese, si tradurrà “produttività” con “Overtime” (oltre l’orario), avvolgendo con un manto epico le imprese dei nostrani “capitani d’avventura”, tra le storie che possiamo già leggere sul sito del Dipartimento della Funzione Pubblica. Esperienze autocensite e autoreferenziali dei tanti virtuosi impiegati della Pubblica Amministrazione.
In particolare, quella del manager della città di Reggio Emilia, che arriva in ufficio prima delle otto la mattina e va via non prima delle otto la sera. Non si è mai assentato, ma riesce anche a giocare a pallone.
Chissà se ha mai giocato a pallone all’estero? Per ora non corre il rischio della concorrenza straniera: il mercato dei manager degli Enti locali non è un mercato aperto.
Il caso è riportato anche da un noto quotidiano nazionale (Corriere della Sera del 6 sett. 2008, pag. 18), tutto in lingua italiana. Ed è stato impaginato insieme ad un prospetto delle assenze nella Pubblica Amministrazione, che, tra l’altro, mette in evidenza il maggior tasso di assenteismo delle donne rispetto agli uomini. Un dato che fa antitesi con la presentazione del manager modello, che non è coniugato e non ha figli. Un aspetto che certamente non svaluta i meriti autentici del manager, ma che, ancora una volta, ci inquadra un paese chiuso nelle categorie culturali della sua lingua nazionale e che non ha nessuna intenzione di sostenere l’inconfutabile impegno familiare e sociale delle donne.
Welfare nei paesi anglosassoni e scandinavi si traduce con asili nido, telelavoro, part-time, fondi pensione, dignitosi sussidi di disoccupazione, formazione e re-inserimento nel mondo del lavoro, pari opportunità, ecc.
In questo paese è tradotto con casse integrazioni, aiuti di Stato e partecipazioni statali, scaloni e scalini pensionistici …
Per ridare slancio all’azione sindacale abbiamo bisogno di parlare l’inglese, la lingua della competizione economica con il maggior grado di trasparenza. Il lavoratore del futuro non può essere tutelato solo nel ristretto microcosmo dell’azienda di appartenenza, ma deve essere garantito in tutta la sua vita sociale, anche se questo può significare firmare contratti con imprenditori stranieri.
Bari, 09/09/2008
Iscriviti a:
Commenti (Atom)